giovedì 31 luglio 2008

Fattorie sociali

Tempo fa un articolo su Affari Italiani descriveva le fattorie sociali. Come molti cittadini stressati, pure io, a volte sogno una vita più semplice e rurale. Dopo la scoperta della passione per lo Shaolin, una vita eremitica e contemplativa è diventata sempre più affascinante.

Le fattorie sociali sono nate per assistere persone svantaggiate: ex-detenuti, tossicodipendenti, affette da patologie mentali e diversamente abili. In realtà una vita basata sul sudore, la fatica e il reciproco bisogno, dove non ci sia il tempo per rimuginare sullo stress e che non sia scandito da cellulari e orari frenetici, credo, riavvicinerebbe molti alla vera natura umana, basata sui rapporti sociali e la fiducia, ben consolidata prima dell'avvento di playstation e ipod, dove la tribù virtuale implica una solitudine e isolamento nel reale.

Ho sempre pensato che quello che siamo sia il frutto della nostra evoluzione. Il nostro sistema corpo si è specializzato ed adattato lentamente alla vita che conducevano i nostri avi ed alcune attività risultano quindi più soddisfacenti e spontanee, come banalmente camminare o il fatto che la forza di gravità aiuti la nostra digestione in posizione eretta. Alla fin fine tutto si riassume in scambi chimici nel nostro cervello, in una indefinita successione di azioni/reazioni, dove il risultato è l'insieme delle nostre emozioni. Come per tutte le cose esistono scorciatoie, così ci siamo specializzati nel benessere, come in un pianoforte le droghe o, per paradosso, i dolci raffinati, stimolano le corde del nostro piacere che la natura ha tessuto e teso nei millenni per rendere piacevole ciò che più aumentava la nostra sopravvivenza; però a volte queste scorciatoie provocano più danni collaterali che non il benessere che implicano e forse il fattore tempo è proprio l'elemento essenziale, serve il giusto tempo per tutto. Temo però che lo sviluppo repentino delle comunità cittadine abbia snaturato la nostra evoluzione, rimasta al palo.

Ecco, insomma, tutto questo per dire che secondo me sarebbe molto più sereno un vivere più semplice, anche se come si dice di solito, siamo in troppi perché una vita del genere sia possibile e applicabile, ma la maggior parte di noi non è comunque interessata a tornare indietro ed abbandonare tutte le comodità. Mi sono informato con mente ingenua, quindi, su come poteva sopravvivere una fattoria; ho scoperto, con stupore, che una mucca deve essere gravida per produrre il latte, che mangia e che, insomma, le cose non sono proprio semplici come nel mio immaginario puerile. Un equilibrio deve pur esserci però di quantità di terreno, bestiame e individui per rendere una piccola comunità quasi autosufficiente. Temo però che rimarrà solo un sogno, colpa dei miei limiti mentali, finanziari, sociali e mancanza di quel coraggio che servirebbe per lanciarsi in un'avventura di tale portata.

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